Nereo Rocco e la rivoluzione tattica del calcio italiano
Trieste, Padova, Milano... città che conservano un ricordo profondo e una grande ammirazione per uno dei più grandi allenatori della storia. Nereo Rocco era noto per costruire squadre che praticavano un calcio difensivo e poco spettacolare. Tuttavia, con quello stesso stile di gioco, condusse la stragrande maggioranza dei club da lui allenati a posizioni e risultati storici che, ancora oggi, sono stati molto difficili da replicare. Pur non essendone il reale creatore, oggi vi raccontiamo la storia di Nereo Rocco, il padre del catenaccio.
Trieste, Italia - dove Nereo Rocco è nato e cresciuto
Gli inizi
Nereo Rocco nacque il 20 maggio 1912 nel sobborgo triestino di Rozzol, una regione che oggi fa parte dell'Italia ma che all'epoca apparteneva all'Impero austro-ungarico. Suo nonno proveniva da Vienna, motivo per cui il cognome originario era Roch; tuttavia, nel 1925, come conseguenza di una nuova legislazione sul lavoro, fu necessario cambiarlo in Rocco. Nel 1918 venne fondata l'US Triestina, un club situato nei pressi della zona in cui viveva Nereo, ed è da lì che ebbe inizio la sua passione per il calcio, cresciuta parallelamente a quella del club.La sua passione per lo sport lo portò a organizzare tornei di calcio nella zona e, grazie all'insistenza di un amico, entrò a far parte del settore giovanile della Triestina all'età di 15 anni. Due anni più tardi fece il suo debutto in Serie A, conquistando rapidamente un posto in prima squadra e affermandosi come un giocatore di livello più che dignitoso per il massimo campionato italiano. Trascorse sette stagioni con la prima squadra, disputando 232 partite e segnando 66 gol. I successivi otto anni della sua carriera professionistica li divise tra Napoli e Padova. Debuttò anche con la nazionale italiana nel 1934, all'apice del suo rendimento con la Triestina, anche se quella rimase la sua unica presenza con la maglia degli Azzurri.
I primi quasi miracoli da allenatore
Subito dopo aver concluso la carriera da calciatore nel 1945, iniziò ad allenare una piccola società chiamata Libertas. Con questo club modesto affrontò la Triestina e vinse, convincendo così la squadra della sua infanzia a decidere di ingaggiarlo come allenatore nel 1947. La Triestina stava attraversando anni difficili, indirettamente influenzati dalla situazione sociopolitica del Paese in quel periodo. Nereo aveva appreso una tattica proveniente dalla Svizzera, in particolare da un allenatore di nome Karl Rappan, che stava dominando il campionato svizzero con Servette e Grasshoppers. Questa tattica era conosciuta come Verrou (termine francese per "lucchetto" o "chiavistello") ed era stata implementata come strategia difensiva per bilanciare le forze tra le squadre grandi e quelle più piccole.L'allenatore prese diversi principi fondamentali di quella tattica e vi aggiunse elementi propri, come il libero, un giocatore svincolato che si posizionava alle spalle della linea difensiva e accorreva in "soccorso" dei difensori. Questo sistema sarebbe poi diventato noto come catenaccio e Nereo Rocco sarebbe stato considerato il padre di questa strategia. Pur non essendo interamente una sua creazione, fu lui a portarla ai massimi livelli e a renderla per molti anni il simbolo del calcio italiano.
Nella sua prima stagione alla guida della Triestina rivoluzionò la Serie A al punto da chiudere al secondo posto (il miglior piazzamento nella storia del club fino a oggi), a pari merito con Milan e Juventus e alle spalle soltanto del Grande Torino. Nelle due stagioni successive concluse all'ottavo posto; tuttavia, problemi con la dirigenza portarono al suo esonero e al trasferimento al Treviso in Serie B, dove rimase per tre stagioni. Nella prima di esse aiutò il club a ottenere il sesto posto in Serie B, il miglior risultato della sua storia.
Dopo un ritorno di una sola stagione alla Triestina, firmò per il Padova, allora in Serie B, riuscendo prima a evitare la retrocessione e poi a ottenere la promozione in Serie A nella stagione 1954-55. Nel campionato 1957-58 raggiunse uno storico terzo posto in Serie A. Il Padova si era affermato come una squadra dell'alta metà classifica e Nereo Rocco era un allenatore che otteneva risultati con il suo approccio difensivo, senza vergognarsi di trascurare parzialmente la fase offensiva.
Nel calcio italiano divenne quasi una battuta il fatto che, prima dell'inizio delle partite, gli allenatori dicessero educatamente ai loro avversari "Che vinca il migliore", e Rocco rispondesse sempre "Spero di no". Il catenaccio si era diffuso in tutta Italia al punto che persino gli Azzurri iniziarono a utilizzarlo dopo la tragedia di Superga, nella quale morirono diversi membri della nazionale. Di fatto, Nereo guidò la nazionale olimpica nel 1960, dove chiuse la competizione al quarto posto.

Prossima fermata - AC Milan
Le sue imprese non potevano più passare inosservate agli occhi dei grandi club italiani e, nel 1961, fu l'AC Milan a decidere di ingaggiare Nereo. Le sue imprese non potevano più passare inosservate agli occhi dei grandi club italiani e, nel 1961, l'AC Milan decise di ingaggiare Nereo. Alla sua prima stagione vinse lo Scudetto e iniziò a dare un ruolo di primo piano al giovane Gianni Rivera, insieme al grande José Altafini. La stagione successiva il Milan rappresentò l'Italia in Coppa dei Campioni, dove eliminò club allora di primo piano come Ipswich Town, Galatasaray e Dundee FC per affrontare in finale il Benfica di Eusébio.La finale si disputò a Wembley e mise di fronte due stili di gioco nettamente contrapposti. Il Milan vinse infine 2-1 grazie a una doppietta di Altafini, in una squadra che comprendeva, tra gli altri, Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni (che imparò molto da Rocco). Non fu soltanto la prima Coppa dei Campioni per i rossoneri, ma anche la prima in assoluto per un club italiano. Sebbene fossero state raggiunte due finali in precedenza (la Fiorentina nel 1957 e il Milan nel 1958), nessuna squadra italiana era riuscita a conquistare il trofeo.
Curiosamente, questo successo lo portò a firmare per il Torino, che cercava di risollevarsi dopo la tragedia subita alla fine degli anni Quaranta. Quattro stagioni a Torino che, pur essendo positive, non si tradussero in titoli lo riportarono al Milan e, proprio come nella sua prima esperienza, vinse nuovamente la Serie A già nella prima stagione e la Coppa dei Campioni nella seconda, battendo questa volta l'Ajax di Johan Cruyff in finale per 4-1, con una tripletta di Pierino Prati.
Alla fine completò una carriera in quattro diverse esperienze al Milan (l'ultima in un ruolo più consultivo), durante le quali conquistò, oltre alle già citate due Coppe dei Campioni e ai due Scudetti, tre Coppe Italia, due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. È inoltre significativo notare che, nel corso di tutte e quattro le sue parentesi al club, vinse sempre almeno un trofeo e si ritirò come l'allenatore con il maggior numero di presenze sulla panchina del Milan nella storia.
